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Palmanova, marzo 2011
Sulla sanità territoriale e sui distretti si sono levate voci di dissenso. La nostra Associazione Scientifica ritiene di dover portare un contributo alla pubblica opinione, forse disorientata. I distretti sono nati alla fine degli anni 90, per offrire ai cittadini con “nuovi” bisogni, soprattutto con malattie di lunga durata, nuove e più adeguate risposte, non di pertinenza né alla portata dell’ospedale. Le cure a casa: in un anno, a Trieste ne usufruiscono quasi 9.000 persone (età media 78 anni); in regione il 10% della popolazione anziana (siamo tra i primi in Italia). Oltre agli aspetti quantitativi e tecnici, altri “relazionali” sono ancora più rilevanti: empatia, sostegno e accompagnamento nelle fasi più difficili della malattia, educazione-istruzione del malato o dei parenti all’uso dei farmaci, alla gestione di strumenti biomedicali per la nutrizione o ventilazione assistita, e molto altro. In sintesi: i malati possono rimanere a casa propria,ù “informati e competenti”, con una famiglia protagonista consapevole ed attiva della cura.
Con il determinante contributo dei medici di famiglia, in poco più di un decennio questi nuovi servizi di assistenza domiciliari e residenziali (RSA) sono stati sviluppati daidistretti sanitari,in modo direttoo in“regia” di qualificati partner esterni. Oggi è unanimemente riconosciuto da tutti gli organismi internazionali che queste ed altre alternative territoriali all’ospedale rappresentano il futuro della moderna medicina e la sfida vincente per proteggere l’”esercito di persone con malattie croniche”, per “dare vita agli anni, non solo anni alla vita”.Sicuramente c’è ancora molto da fare, conosciamo i nostri limiti. Sentiamo l’esigenza di avere un servizio domiciliare più solidamente attivo tutti i giorni della settimana, anche di notte, ma questo richiede, pur limitato, incremento di risorse. Consentirebbe benessere a molti ed un rilancio della sanità pubblica, almeno pari a quello della riorganizzazione delle funzioni ospedaliere.Sappiamo che occorre migliorare la continuità delle cure tra domicilio e ospedale ed una presa in carico tempestiva e completa quando subentrano aggravamenti che richiedono cure più intensive (magari in ospedale), anche con precoce intercettazione delle criticità legate a condizioni di vita “difficili”. Problemi che possono e devono essere affrontati con un’attenzione globale ed unitaria ai bisogni di salute e benessere della persona, prima che verso le strutture e le professioni, con una forte cooperazione tra territorio, ospedale e servizi sociali.Oggi prevale ancora l’offerta di servizi ospedalieri, la cui lunga e nobile storia fa sì che spesso si tende a identificare la sanità (e la salute) con l’ospedale. Utilizzarlo oltre le fasi acute delle malattie comporta però un uso non ottimale delle risorse e spesso risultati inferiori alle alternative “territoriali”.
Essere curati a casa, da qualificati professionisti, è diritto esigibile dai cittadini. Per convincere che questa è la strada giusta abbiamo però bisogno dell’appoggio di tutti i cittadini. Serve uno sforzo concertato e mai contrapposto di tutte le componenti dell’organizzazione sanitaria, teso ad aggregare, mai a dividere. La “stella polare” risiede esclusivamente nei bisogni del cittadino.
IL DIRETTIVO DI Associazione Operatori Distretti FVG -
Il Presidente ed il Vicepresidente, Dott. Luciano Pletti (direttore Distretto ASS 5) e dott. Paolo Da Col distretto ASS 1)
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Palmanova, 2 marzo 2011
Lettera aperta ai cittadini assistiti dall’ASS1 n. 1 “Triestina”: cosa si sa dell’attività dei servizi sanitari dei distretti ?
Il 3 febbraio di quest’anno, sulla pagina/inserto del quotidiano “Il Piccolo” un articolo intitolato “Così l’assistenza entra nella case di chi sta male” descriveva il “lavoro quotidiano e spesso difficile” degli infermieri dei Servizi Domiciliari, elencando i problemi che devono affrontare in autonomia, le modalità di aiuto professionale alle famiglie in cui vive una persona con bisogni di cure continuative di lungo termine, spesso per gravi malattie invalidanti ed in stadio avanzato, non infrequentemente in condizioni di completa perdita dell’autosufficienza.
A seguito dell’articolo, si sono levate alcune voci di dissenso, per cui la pubblica opinione potrebbe sentirsi disorientata su delle questioni che viceversa richiedono alcune certezze.
Noi, come associazione scientifica regionale dei distretti, abbiamo particolarmente a cuore questi temi e desideriamo quindi portare il nostro contributo al dibattito, in modo sereno e pacato.
L’articolo, citando i risultati di indagini di gradimento effettuate sugli assistiti, dà dovuto riconoscimento alla dedizione e all’impegno di questi professionisti che svolgono un lavoro nuovo, forse ancora oggi poco visibile, se non per chi, come alcuni di voi, si trova in condizioni di doverne ricevere direttamente i benefici: in un anno, a Trieste quasi 9.000 persone anziane (età media 78 anni) ricevono assistenza e cure a casa propria, rimanendo vicino alle cose ed alle persone importanti per la vita di ciascun paziente.
Il taglio giornalistico non poteva certo dilungarsi su ulteriori dati circa l’attività di questi servizi domiciliari dei distretti, ma un risultato importante va sottolineato: il 10% della popolazione si è giovato di cure domiciliari. Ciò pone questa regione in posizione di primo piano a livello nazionale.
Certo è difficile evidenziarne, oltre l’aspetto quantitativo e tecnico, quelli altrettanto, e forse più rilevanti, “relazionali”: l’empatia, l’educazione del malato, il sostegno e l’accompagnamento nelle fasi più difficili della malattia. Inoltre: l’educazione-istruzione dei parenti all’uso dei farmaci, alla gestione di dispositivi per l’alimentazione artificiale, all’uso degli apparecchi per la ventilazione assistita, alle misure atte a prevenire le lesioni da decubito, ed altro ancora. In sintesi: ciò che serve a rendere il paziente “informato e competente”, la famiglia protagonista consapevole ed attiva della cura, condizione determinante per raggiungere migliore qualità di vita e di dignità, anche in condizioni di grave sofferenza e limitazione funzionale.
Queste sono le cose che i cittadini devono conoscere per ottenere i diritti di assistenza di cui sono titolari. Per questo l’Associazione degli operatori dei Distretti della Regione Friuli Venezia Giulia (ASSODIS) esprime un plauso all’iniziativa dell’Azienda n.1 “triestina” per l’articolo pubblicato, iniziativa che a nostro giudizio dovrebbe essere periodicamente replicata e imitata anche dalle altre Aziende Regionali.
I distretti infatti sono organizzazioni sanitarie nate alla fine degli anni 90, per offrire ai cittadini con “nuovi” bisogni, soprattutto legati alle malattie di lunga durata, nuove e più adeguate risposte, non di pertinenza né alla portata dell’ospedale, che con questa nuova offerta può diventare più efficiente e funzionale. In questa logica in poco più di un decennio si sono sviluppati servizi di assistenza alternativi all’ospedale, di tipo domiciliare, ed anche residenziale (RSA) diffusi in tutti 20 i distretti della Regione, forse ancora poco visibili alla popolazione generale. Sono servizi e attività in cui i distretti sanitari svolgono funzione sia di produzione che di “regia”. Ormai è unanimemente riconosciuto e sostenuto da tutti i maggiori organismi sanitari internazionali che queste alternative all’ospedale rappresentano la sfida della moderna medicina ed assistenza, per proteggere vita e salute dell’”esercito di malati cronici” creati in questi anni dai successi della medicina, che sempre più frequentemente non può guarire ma prolunga la vita, rendendola più complessa. L’impegno dei distretti è rimanere accanto a questa moltitudine di persone nel lungo periodo, con azioni che incidono positivamente sulla qualità della loro nuova condizione di vita (“dare vita agli anni, non solo anni alla vita”).
Sicuramente c’è ancora molto da fare; sicuramente tutto è perfettibile; certamente ci sono degli insuccessi. Anche noi sentiamo l’esigenza di avere un servizio più solidamente attivo nell’arco di tutti i giorni della settimane, anche nelle ore notturne, ma questo richiede, pur piccoli, incrementi di risorse di personale. Questo sforzo dovrebbe essere convintamente sostenuto da tutti, diventare priorità assoluta per tutti, perché può permettere un grande salto di qualità nei servizi di cura ed assistenza per persone in condizione di alta fragilità e di non autosufficienza, sollevare l’ospedale da compiti impropri. Questo consentirebbe un importante rilancio della sanità pubblica, almeno pari a quello della riorganizzazione delle reti e funzioni ospedaliere.
Molto è già stato fatto, anche se siamo consapevoli che dobbiamo migliorare la continuità delle cure nel passaggio tra domicilio e ospedale: contiamo su un impegno comune; dobbiamo progredire per garantire una presa in carico tempestiva e completa dei pazienti quando subentrano aggravamenti che richiedono cure più intensive (magari in ospedale), anche sviluppando strumenti di precoce intercettazione di difficoltà legate a condizioni di vita “difficile”. Questi problemi possono e devono essere affrontati con un’attenzione globale ed unitaria verso i bisogni di salute e tutela della persona, prima che verso le strutture e le professioni, con una forte cooperazione tra componenti ospedaliere e territoriali, dei Servizi Sociali.
Nelle organizzazioni sanitarie del nostro Paese, e anche della nostra Regione, vi è ancora la prevalenza dell’offerta di servizi dell’ospedale, la cui lunga e nobile storia fa sì che spesso si tende a identificare la sanità (e la salute) con l’ospedale. L’ospedale è un luogo sempre aperto, è chiaramente visibile ed identificabile. Nell’immaginario delle persone è il luogo della cura per antonomasia. All’ospedale oggi spetta la funzione di agire nelle fasi acute delle malattie, per rapidi interventi di diagnosi e di terapia di tipo specialistico e tecnologicamente avanzato. Un suo diverso utilizzo comporta inevitabilmente spreco di risorse tecniche ed umane, risultati non ottimali o spesso addirittura scadenti rispetto ad altre opzioni assistenziali, appunto quelle “territoriali”
Per questo sono nati e agiscono i distretti ed i servizi domiciliari, che rappresentano il cuore dell’attività dei distretti, vedono impegnati decine e decine di qualificati professionisti che l’articolo del Piccolo ha ben citato. Essere curati a casa è un diritto esigibile dei cittadini. Un Livello di Assistenza Essenziale. .
ASSOSID ed i distretti assicurano il loro massimo impegno e passione per cercare di convincere tutti che questa strada intrapresa è quella giusta.
Abbiamo però bisogno dell’appoggio di tutti i cittadini, non solamente di chi ha già avuto modo di sperimentare con successo, di persona, ciò che oggi si può fare a casa.
Non sarebbe ragionevole ipotizzare un ritorno all’ospedale (ospizio) di storica memoria, ma bisogna convincersi che le risorse impiegate in questo modo alternativo rafforzano anziché indeboliscono l’ospedale, che non può non modificare la sua organizzazione, il suo funzionamento per adeguarsi alle nuove esigenze dei malati, alle loro attuali diverse caratteristiche (età più avanzata, malattie più complesse), ad una società in continuo rapida evoluzione per cultura, abitudini, attese, costumi, composizione e problemi di salute, dove oramai le patologie croniche rappresentano la stragrande maggioranza delle malattie, costituendo il 60% delle cause di morte e la principale causa di disabilità.
Il riconoscimento dei diritti di cura ed assistenza dei cittadini ammalati richiede in conclusione, secondo noi, uno sforzo concertato, mai contrapposto, da parte di tutte le componenti dell’organizzazione sanitaria, uno sforzo teso ad aggregare, non a dividere, per potenziare le cure di lunga durata a casa delle persone, sviluppare la cooperazione tra strutture e professioni, del territorio o dell’ospedale, dei servizi sociali, così come del lavoro, dell’istruzione, cultura, trasporti, ed altro ancora. La “stella polare” risiede esclusivamente nei bisogni del cittadino.
A questi principi si ispira ASSODIS Friuli Venezia Giulia, associazione scientifica e culturale che raccoglie tutte le professioni dei 20 distretti sanitari della Regione (infermieri, fisioterapisti, medici, psicologi, assistenti sociali, amministrativi, ecc.), che mai si muove a difesa “sindacale” di categoria professionale, ma esclusivamente sostiene e promuove la cultura delle cure personalizzate e integrate, l’approccio e la visione globale della salute, la forza della collaborazione tra tutti gli operatori di servizi alla persona, a prescindere dalla loro collocazione operativa.
Il Presidente di ASSODIS FVG
Dott. Luciano Pletti
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Ill.mi Sigg.ri
Presidente della Giunta Regionale – dr. Renzo Tondo
Assessore alla Salute, alle politiche sociali ed integrazion sociosanitaria – dr. Vladimir Kosic
Consiglieri membri della III Commissione Consiliare
Palmanova, 26 novembre 2010
Illustrissime Autorità .
Noi, operatori dei Distretti e del “territorio” riuniti nell’’Associazione Operatori Distretti FVG (ASSODIS) - realtà scientifica e culturale interprofessionale - probabilmente unica per questo nel suo genere – desideriamo porgerVi alcune considerazioni, speriamo utili per i lavori in corso sulla riorganizzazione del sistema dei servizi sociosanitari regionali.
Osserviamo che le attenzioni ed intenzioni continuano ad essere rivolte prevalentemente alla revisione delle funzioni ospedaliere. Si mira a ottenere un ospedale “dimagrito”, più snello ed efficiente, rapidamente efficace, ma non si tiene conto, a nostro parere, che ciò può accadere solamente se – anche per vincere legittime e comprensibili resistenze nelle comunità locali – saranno offerte valide riposte alternative, di almeno pari qualità e sicurezza in altri contesti di cura. Se molto in questo senso è stato realizzato sul fronte delle cure ambulatoriali, e se una progressione continua (per certi versi impropria) si è vista anche su quello delle cure residenziali, insufficiente attenzione è stata rivolta ai servizi domiciliari, ove si assiste ad un rallentamento dello slancio iniziale di investimenti, nonostante i precisi atti di indirizzo programmatico regionale degli anni scorsi.
Eppure un credibile sistema di cure primarie domiciliari rappresenta il necessario complemento delle cure ospedaliere; è certamente la componente fondamentale delle politiche di intervento verso le malattie croniche ed il principale presidio a contrasto della disabilità cui la cronicità conduce. Osserviamo come l’appello alla “umanizzazione delle cure”, che viene lanciato quale obiettivo qualificante nel contesto del riordino della funzione ospedaliera, trova già soluzione nelle cure domiciliari, che sono per propria natura “umane”, soprattutto rispetto alle esigenze poste dalle cure a lungo termine, attuale vera emergenza nella popolazione.
Analogamente, appare contraddittorio che si espliciti il timore del ricovero in casa di riposo quale “fenomeno di istituzionalizzazione” da (apprezzabilmente) prevenire/contrastare, in quanto associato al concreto rischio di limitazione della libertà della persona, ma si continua ad aumentarne i posti, giustificando anche tale decisione con la volontà di rispettare/favorire la libertà della scelta dell’individuo (del luogo dove istituzionalizzare), anziché privilegiarne la scelta della libertà (garantendogli appunto l’opportunità di curarsi a casa propria).
Confinare in un ruolo residuale, quasi funzione accessoria, le cure domiciliari comporta, tra l’altro, il disconoscimento del lavoro di decine di migliaia di famiglie nella nostra Regione, che a tutte le ore del giorno si fanno carico di assistere malati spesso molto gravi, con impegno (anche sul fronte economico) e sofferenze spesso rilevantissimi, nonché il depotenziamento dei benefici del Fondo regionale per l’Autonomia Possibile e del “Fondo Gravissimi”. Molte persone si vedrebbero private della possibilità di rimanere a casa propria per affrontare i momenti più difficili della vita, della speranza di una qualità di vita accettabile. La domiciliarietà infatti non può essere perseguita solamente attraverso l’emersione di una quota del lavoro invisibile di assistenza familiare, ma richiede l’attuazione di progetti personalizzati di presa in carico integrata, con forte impegno e presenza dei servizi istituzionali, a fianco delle risorse informali della famiglia e della comunità. Molti di questi traguardi sono già stati raggiunti nei distretti/ambiti della nostra regione, sviluppando competenze evolute e diversi esempi di buone pratiche. Tuttavia, ancora molto c’è da fare per dare una risposta omogenea, qualificata ed uniforme in tutti i territori; ciò richiede uno sforzo di indirizzo e di investimenti decisi e sostanziali.
Occorre definire e realizzare un credibile programma pluriennale, nell’ineludibile obiettivo di giungere ad una offerta uniforme, su tutto il territorio regionale, di servizi distrettuali medico-infermieristici garantiti sulle 24 ore, continuativi, affiancati da servizi socioassistenziali comunali sulle 12 ore, 7 giorni su 7.
Dati di letteratura ed osservazioni locali indicano con certezza che ciò consente di offrire efficaci cure di lungo termine, necessarie a fronteggiare la cronicità e la perdita di autosufficienza, evitando, o ritardando/riducendo al minimo necessario, il ricorso al ricovero in ospedale ed in casa di riposo, con più efficiente utilizzo delle risorse pubbliche e valorizzazione dell’apporto delle comunità. La Regione negli ultimi anni è stata lungimirante nel sostenere l’avvio di questo percorso; ora, pur nella contingenza della fase di crisi economica, è necessario essere altrettanto “coraggiosi” nella prosecuzione di questi investimenti, il cui rendimento, in termini di salute ed economia, è provatamente elevato già nel breve-medio termine ed ancora di più in quello a lunga distanza, con costi assolutamente sostenibili.
Attualmente molta enfasi viene posta sull’obiettivo delle “cure eccellenti”. Purtroppo ancora oggi si tende a identificarle esclusivamente nelle sofisticate tecnologie, nelle competenze super-specialistiche (vantaggiose talora solo per le carriere di alcuni), sempre inevitabilmente molto costose e riservate a gruppi molto ristretti di popolazione; offerte in pochissime sedi.
Possiamo provare che l’eccellenza risiede anche nei sistemi di cura “high touch” (relazione) e non solo “high tech”. Quindi nel disporre di operatori capaci di stare vicino ed essere utili ai molti che soffrono; a fianco dei tanti che da soli soccomberebbero; dei moltissimi che cercano e non trovano, che domandano e non ricevono; di tutti coloro che non hanno voce per chiedere. Arrivando a casa loro in tempo e nel tempo; riuscendo a far aprire porte chiuse; a far cadere muri di diffidenza e paura. Con modalità di intervento che mirano non tanto a guarire ma a curare, nell’arco di settimane, mesi, spesso di anni (e non solamente per pochi giorni); professionisti eccellenti perché proteggono vite sconvolte dall’esperienza della malattia inguaribile e invalidante, con elevata competenza tecnica unita a grande capacità relazionale, orientati da una visione globale della persona e da un’alta sensibilità umana, al lavoro in team; pronti a prendersi carico anche di quelle situazioni in cui, alla constatazione di alcuni “non c’è più niente da fare” ed alla rinuncia contrappongono il rilancio opposto: “noi ci siamo, perché c’è tutto da fare”.
Questo vorremmo ci fosse chiesto e questo Vi chiediamo: che sia l’azione Politica a condizionare la pubblica opinione e non viceversa; che l’Alta Amministrazione guidi l’orientamento dei tecnici meno attenti al valore del vero cambiamento insito nel dare adeguato spazio, tempo, risorse ai servizi di cura ed assistenza domiciliare. Ricordando che non si parte da zero, anzi. Molto già esiste; nei distretti lo stiamo facendo ogni giorno, da anni; migliaia di persone ne hanno già tratto certo vantaggio e conforto; altrettante famiglie sono state sostenute ed hanno così visto riconosciuto in modo tangibile la vicinanza delle Istituzioni pubbliche.
Senza dimenticare che tutto questo potrà creare nuove occasioni di lavoro, innovazione, crescita della sussidiarietà e delle solidarietà locali, della coesione e del capitale sociale.
In tempo di crisi, di necessità di risparmi e di rigore per il controllo della spesa pubblica, siamo convinti, perché ben documentato, che un sistema pubblico di cure territoriali centrato su una forte rete di attività ambulatoriali e domiciliari, ed ancor più ancorato a Politiche Sociali intelligenti, costi meno di un ospedale e di molte case di riposo; porti maggiori vantaggi anche rispetto alla problematica edificazione di nuove strutture; non richieda elevati costi di manutenzione di fragili (obsolete, poco sicure) mura di Istituti. Curi e protegga meglio il benessere/la salute delle persone fragili.
Se la via corretta è capire come spendere meglio e contrastare gli sprechi, secondo noi così si andrebbe nella giusta direzione, riconvertendo risorse esistenti; poi trovando il modo di incrementarle in modo sostenibile.
I Distretti sono nati anche per questo: motori dell’innovazione concreta, “a misura d’individuo”, specialisti delle cure domiciliari, oculati utilizzatori di risorse, flessibili nella risposta ai bisogni della persona. Capaci di accogliere, sostenere e facilitare. Con enormi potenzialità per dare (fare) di più a più persone.
Aiutatevi a non lasciare in disparte tutto questo. Aiutatevi a farlo crescere.
Non farlo subito è già troppo tardi.
DIRETTIVO E ASSEMBLEA DI ASSODIS FVG
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Dal PICCOLO TRIESTE 09.12.2010
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